Onorare il proprio passato, analizzare il nostro sempre più poliedrico presente, immaginare altri futuri possibili. La redazione di “La Falla”, portale di cultura LGBT+ transfemminista del Cassero di Bologna, ha creato una collana editoriale a scadenza annuale. Un’inedita bussola per guidare la nostra comunità anche su strade troppo poco (di)battute.

 

Nata a dicembre del 2014 come testata giornalistica registrata presso il tribunale, La Falla è stata una rivista cartacea ideata dalle persone volontarie del circolo Arcigay Cassero di Bologna con articoli di approfondimento sulle tematiche LGBTQ+. Fu pubblicata con tiratura di 2500 copie e distribuita nel territorio cittadino in quasi 200 luoghi e per abbonamento.

Raggiunse il notevole traguardo dei 60 numeri stampati (disponibili per consultazione qui) prima di trasferirsi sul web come blog nel 2020 per una sopravvenuta mancanza di fondi disponibili. Le varie prolifiche attività ricreative dell’associazione purtroppo erano state messe a dura prova dalle conseguenze della pandemia da Covid-19. La Falla online è attualmente diviso in 8 sezioni che spaziano dalla Cultura allo Sport passando per Politica fino a Illustrazioni e vignette, di cui fa parte la spiritosissima serie dal titolo Jurassic Pride “dove si parla di dinosauri LGBTI+ impegnati a vivere e sopravvivere nel triassico nella maniera più gaia possibile”.

Gli articoli sono ulteriormente ripartiti in 21 rubriche dai nomi fantasiosi come Nostra Santità, per la celebrazione di chi ha fatto la storia della comunità LGBTQIAP+ (P sta per pansessuali e/o poliamorosi, N.d.A.); La Patata Bollente, leggerezza, cultura pop e lesbismo sono gli ingredienti di questa gustosa pietanza; Una Darkroom Tutta Per Sé (dotto e spiritoso omaggio a Virginia Wolf), le recensioni della redazione sui libri a tematica LGBTQIAP+ che tutte noi dovremmo leggere almeno una volta. Attenzione però perché “Le rubriche della Falla sono creature misteriose: si affacciano sulla pubblicazione, sostano per un po’, se ne vanno, ritornano, mutano e fanno incursioni improvvise”.

Nel 2022 la redazione ritorna alle stampe e arriva il “numero zero” di Clamorosə, un volume tematico che riuscirà a diventare “uno” nel 2023 e “due” nel 2024. Si inizia con “Cassero: 40 anni di rumore” che propone una raccolta di articoli che celebrano la storia dei primi quarant’anni del circolo, nato il 26 giugno 1982 (anche se da più parti è indicato il 28). Ricchissimo di fotografie, documenti, illustrazioni e immagini, si spazia dal clubbing all’abilismo, dal fat queer activism al lesbismo e alla transgenerità giusto per citare. Mi è impossibile riuscire a spiegare correttamente la ricchezza e l’intelligenza dei vari contributi.

Cito dalla Prefazione scritta da Valentina Greco, “La memoria può essere un esercizio, può essere un dovere, può essere banale burocrazia, può essere ipocrita istituzione, può essere nostalgia, può essere bisogno”. Clamorosə zero dimostra che la memoria può essere anche divertente da leggere oltre che formativo. Bologna è definibile senza smentite come la capitale arcobaleno d’Italia, anche se storicamente il movimento italiano per i diritti degli omosessuali nacque nel 1971 a Torino con la fondazione del F.U.O.R.I. Io che faccio attivismo a Milano dal 1999 conoscevo qualcosa del Cassero, dall’esistenza della prima sede di Porta Saragozza (che non ebbi la fortuna di visitare) a quella attuale della Salara che frequentai qualche volta, partecipando alle feste serali di Feed the bears e ritrovandomi una volta per caso a lavorare in biglietteria a un’edizione di The Italian Miss Alternative.

Pagina dopo pagina sono rimasto strabiliato nello scoprire quanto sia le persone che hanno militato e lavorato nel Circolo sia chi l’ha frequentato e attraversato hanno costruito, inventato, sovvertito, proposto, arato e raccolto e non solo. Spesso dal nulla e con buone dosi di sana, pura follia creativa. Tante le cose che ignoravo e altre che ignorerò, perché comprensibilmente non era possibile inserire proprio tutto. La lettura mi ha fatto venire in mente che è accaduto come se il fiume Po mi avesse fatto da diga all’arrivo della corrente di informazioni, idee, battaglie, iniziative, buone pratiche, modelli eccetera che il Cassero ha prodotto e produce, tra continua evoluzione e mantenimento di una sua tradizione.

Il volume uno (in base alla numerazione) di Clamorosə cambia rotta e ci parla di “(S)definizioni: come fare cose con le parole”, e come si legge nell’Editoriale non fu facile per la redazione capire come proseguire con l’opera. Hanno optato per dare voce alle identità rappresentate dall’acronimo LGBT espanso e inclusivo di nuove soggettività attraverso il criterio dell’autorappresentazione e della presa di parola diretta delle persone interessate. Per esempio non binarismo, intersex, disabilità, sex work, maternità ecc., con contributi grafici e d’archivio e originali, fotografie e interventi a fumetti su coming out e corpo.

Trascrivo nuovamente un paragrafo dalla Prefazione, redatta da Andrea Zaninello. “Come afferma John Austin in Come fare cose con le parole, il linguaggio non è solo un insieme di simboli che rappresentano cose, ma è anche uno strumento di azione che può produrre effetti nel mondo”. Dalla notte dei tempi chi non è noi ci ha sempre definito e in qualche modo incasellato senza condividere le nostre esperienze, e noi ci siamo adattati a vivere in queste sorte di gabbie fino a non poterne più. Siamo stati dominati dalle narrazioni perlopiù tossiche altrui, e ci siamo un po’ alla volta riappropriati delle nostre realtà, con la sfida attuale di riuscire a farsi comprendere sia fuori sia dentro la comunità arcobaleno.

Illustrazione di Jacopo Camagni

Se Clamorosə numero 1 è innovativo e avvincente presenta però un enorme buco. C’è di tutto tranne la soggettività a cui appartengo: i maschi gay. Un paradosso imperdonabile ai miei allibiti occhi, che provocò una precisa presa di posizione, scrissi una mail alla redazione per farglielo notare e chiedere spiegazione in merito. Ricevetti una risposta (onore all’onestà intellettuale) e l’accettazione del mio stimolo politico, per cui mi fu proposto di essere coinvolto insieme ad altri uomini nella preparazione di uno degli interventi presenti in Clamorosə numero 2, “Corpo: un atlante di forme possibili”.

L’Editoriale inizia con una citazione di Michel Foucault e spiega che affrontare l’argomento del corpo, in effetti, non è così semplice. La Prefazione è affidata alla voce autorevole di Porpora Marcasciano che ebbi il piacere di incontrare e intervistare in occasione della presentazione del documentario a lei dedicato alla 36° edizione del MIX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer di Milano. “Ma perché il corpo che ci permette di sentirci vivi resta sempre e comunque a rischio? Negazione, rimozione, soppressione, oltraggio, sfregio, schiavitù? Perché castigarlo invece di farlo gioire?”. Politica dei corpi, sui corpi, con i corpi. Dal corpo “sgorgano liquidi preziosi – lacrime, saliva, mestruo, sperma, sangue, sudore”.

Illustrazione di Chiara Meloni

Immergetevi nel polimorfismo queer nell’universo del gioco, basta pensare a quelli di ruolo da tavolo dove ci si può reimmaginare nell’identità che più si preferisce, da potente maga a essere alieno, agli avatar nei videogiochi che permettono di personalizzare il proprio character, dalla forma del viso agli organi genitali… Riflettete sulla feticizzazione dei corpi razzializzati con conseguenti stereotipi del caso sia in “positivo” (gli uomini africani hanno il membro grosso) sia in “negativo” (gli asiatici hanno il membro piccolo), quindi il “cosa si è” soverchia il “chi si è”. Iniziate a prepararvi mentalmente che non siamo immortali, nella vita reale il corpo invecchia e la situazione non è rosea con la gerontofobia in agguato…

Per personale vanità permettetemi di presentare in specifico l’intervento Politicizzare l’esperienza e l’attrazione nell’omomaschilità, a cura di Dado Proto e Giuseppe Peppa Seminario. In un contesto contemporaneo, in cui nella cultura mainstream s’inizia a dare spazio a soggettività arcobaleno che erano rimaste marginalizzate o mai prese in considerazione, “può essere che il corpo gay maschile, un tempo centrale nella lotta per i diritti LGBTQIA+, sia scomparso dai radar mediatici o stia cedendo il passo a nuove rappresentazioni identitarie più radicali?”.

Questo corpo omosessuale di strada ne ha percorsa e tracciata parecchia: da efebico (San Sebastiano languidamente trafitto dalle frecce) a effeminato (lo stereotipo della checca in stile Il vizietto); da ultravirile (nell’arte di Tom of Finland) a grande, grosso, peloso e felice di esserlo (nella sottocultura bear); da radioattivo e contagioso (per il virus HIV) a visibile portatore di disabilità (che rivendica anche il diritto all’erotismo e all’amore). Non è rimasto mai fermo nemmeno lui e di sicuro andrà ancora avanti da qualche parte. Per esempio il transmaschilismo è una delle sue nuove frontiere.

Augurandovi buone letture e in attesa del volume 3, il primo Editoriale spiega che “’Clamorose’ era il modo in cui venivano chiamate le persone internate in manicomio. Non tutte: le più agitate, le scalmanate (…) La loro postura scomposta all’interno delle norme sociali portava le famiglie e la collettività ad allontanarle e a rinchiuderle perché davano scandalo e facevano rumore”. Adesso se qualcosa è clamoroso tende ad avere un senso positivo, e così è stato clamoroso che le soggettività arcobaleno, anche ben prima dei moti di Stonewall, abbiano prodotto sempre più alla luce del sole controcultura e cultura e cambiamenti sociali epocali. Grazie Cassero, continua così per favore.

Pride nazionale a Bologna in partenza dal Cassero di Porta Saragozza 1 luglio 1995 – Foto di Sergio Perini

Come recuperare “Clamorosə”?

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