Bisessuale, sieropositiva, con un passato di tossicodipendente, ladra, prostituta e carcerata. Una donna racconta senza sconti la sua vita oltre innumerevoli limiti, offrendoci uno spaccato dell’Italia degli anni ’90 che ci aiuta a capire cosa è stato il virus HIV in Italia e cosa significa oggi, quando ce lo stiamo quasi dimenticando.

foto di Felix Mittermeier per Unsplash

 

Chiro è uno pseudonimo che l’autrice di Ombre, libro autopubblicato con Amazon, ha scelto di usare al posto del suo nome vero per tutelare i figli ancora minorenni, perché la sua storia autobiografica è autentica, molto forte, drammatica e con un lieto fine niente affatto scontato. In realtà sarebbe più corretto dire che è il racconto di una serie di scelte che la porteranno un passo alla volta a salvare la sua vita, abbandonando molte sfumature possibili di buio per raggiungere molte sfumature possibili di chiaro. 

In ordine di nascita Chiro è una bambina adottata da una coppia che descrivere come disfunzionale è riduttivo: la madre è anaffettiva e giudicante allo stremo mentre il padre è alcolista. Crescerà come un’adolescente impulsivamente iperaggressiva, violenta con il mondo e autolesionista, perché non riesce a controllare e gestire il dolore che i genitori le provocano.

Da ragazza cadrà nel baratro della tossicodipendenza dove l’attenderà l’incontro con “l’uomo senza volto”, come lei chiama il virus HIV. Per procurarsi le dosi di droga, infine, si prostituirà, ruberà e finirà detenuta in prigione da cui uscirà senza arte né parte però accompagnata da una serie di macchie indelebili agli occhi della società pesanti come zavorre e che generalizzano per semplicità ogni esperienza personale. Si è colpevoli e non si ha diritto alla redenzione.

Un proverbio dice che “un gatto scottato teme anche l’acqua fredda” ed è così che Chiro si rapporta a chiunque attraversa le sue strade, anche quando entra ed esce dagli ospedali o in comunità per disintossicarsi. Il suo atteggiamento è un mix di totale sfiducia negli altri, rabbia distruttiva interna ed esterna, un complesso di inferiorità e inadeguatezza costanti, un mondo-rifugio interno in cui far entrare solo la musica, i libri e a un certo punto l’attività fisica che le permetterà di riappropriarsi di un dialogo con il proprio corpo.

Anche Nadia, la donna di cui si innamorerà e con cui deciderà di costruire una famiglia arcobaleno dovrà superare molti fossati prima di arrivare al portone principale del suo impenetrabile castello, e non sarà semplice riuscire ad aprire la serratura che permetterà a Chiro di raggiungere la serenità dopo anni e anni di tormenti, avventure e disavventure che avrebbero sotterrato un carrarmato.

L’autrice ha uno stile di scrittura diretto e molto coinvolgente, e soprattutto riesce a far entrare in empatia chi legge su situazioni oramai perse nella nebbia dei tempi, come il famigerato spot TV di Pubblicità Progresso a tema prevenzione AIDS che declamava: “Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide”, dove le persone infettate si ritrovavano avvolte di colpo da un alone viola.

Chiro descrive in maniera tanto sintetica quanto efficace che “l’Hiv terrorizzava tutti e nella maggior parte dei casi le persone sieropositive erano trattate come untori”. E puntualizza in seguito “Non dicevo nulla sulla paura che avevo della morte: a volte mi addormentavo con un compagno di stanza che la mattina non v’era più. Al suo posto trovavo solo un letto vuoto”.

Con lo scorrere del tempo molte cose sono cambiate. Le medicine e le terapie sono meno invasive e permettono a chi ha contratto il virus di raggiungere lo stato definito U = U, Undetectable equals Untrasmittable, la carica virale non rilevabile nel sangue implica che il virus HIV non è trasmissibile quindi non si contagia. Le aspettative di esistenza e la sua qualità sono normalizzate, e anche se lo stigma verso la malattia e chi vive con HIV, ben diverso da dire “sieropositivo”, è rimasto però si è evoluto anche lui.

Un passo indietro o quantomeno rallentato è che di HIV e di AIDS se ne parla di meno, troppo poco, quasi più per niente. Soprattutto non lo si fa con le nuove generazioni, perché l’Italia resta il paese del “si fa ma non si dice”, sessuofobico e ipocrita. Questo libro è prezioso anche per questo motivo, e da un punto di vista LGBT è importante perché parla di situazioni sconosciute ai più. Per esempio la vita quotidiana e i dubbi di una coppia lesbica sierodiscordante che decide di avere dei figli.

A fine gennaio abbiamo partecipato alla presentazione di Ombre condotta dalla giornalista Marinella Zetti nella sede di ASA Associazione Solidarietà AIDS a Milano, e ne abbiamo approfittato per porre delle domande sia all’autrice sia a lei.

CHIRO:

Quasi alla fine del libro, siamo in ben avanzati anni 2000 e lavori come educatrice in una comunità per tossicodipendenti, ti trovi davanti a un muro di ignoranza e disinteresse sul tema HIV da parte di colleghi e colleghe di lavoro. Mi ha colpito questa “insensibilità”, come struzzi che mettono la testa sotto la sabbia.

Penso che il disinteresse nasca dall’idea che l’HIV sia qualcosa di lontano, che non ci riguarda. L’ignoranza, invece, è una questione di responsabilità individuale, di volontà di approfondire. Dovrebbe essere un pilastro del lavoro educativo, ma ahimè, negli anni mi sono resa conto che non è così.

Gli interventi che ho provato a fare all’interno della comunità in cui lavoro sono stati accolti in modo passivo e, sebbene alcuni colleghi abbiano riconosciuto di non essere informati sull’argomento, non hanno modificato in modo profondo il loro atteggiamento di disinteresse.

Solo quando sono uscita allo scoperto con il libro, l’HIV è diventato qualcosa che non solo li toccava più da vicino, ma ha anche iniziato ad abbattere lo stigma della persona malata, dimostrando che può condurre una vita… concediamoci la parola normale

Il tuo è un libro autoprodotto. Cosa pensi del fatto che nessuna casa editrice abbia avuto il coraggio di pubblicarlo, distribuirlo e soprattutto promuoverlo?

Penso che nessuna casa editrice abbia voluto pubblicare il mio libro perché non ho un nome “vendibile” sul mercato. Le risposte sono sempre state molto vaghe, del tipo:“”Buon testo, ma non siamo interessati.”

Dopo mesi, un pilastro dell’editoria si è mostrato decisamente interessato a Ombre. Eravamo arrivati alla fase negoziale per il contratto, ma dopo vari solleciti è arrivata la doccia fredda del rifiuto.

Sono andata a recuperare la loro risposta: “… il libro ha valore di testimonianza, la storia dell’autrice è unica e anche molto toccante, manca però di quel quid in più che può farlo diventare davvero un romanzo.”

All’inizio non ne ho capito il senso: la delusione era troppa e, a quel punto, sentivo di avere le mani legate. Non mi sono posta troppe domande: mi avrebbero solo portata a provare una rabbia inutile.

È un testo duro, forte, vero, che obbliga a prendere posizione e a mettersi in gioco, non solo per me che l’ho scritto, ma per ogni persona che decide di parlarne. Non c’è stato il desiderio di rischiare… La via più semplice e redditizia è esporsi con testi di influencer famosi o calciatori.

Consapevole di avere tra le mani un buon libro, ho deciso di autopubblicarlo.

MARINELLA:

Come hai scoperto il libro e cosa pensi del fatto che questa è la seconda recensione del libro dopo la tua pubblicata sul blog di Il Fatto Quotidiano?

Il libro mi è stato suggerito da un’amica che lo aveva letto e ne aveva apprezzato temi e scrittura. L’ho iniziato e sono stata risucchiata nella storia. Un salto nel passato, un passato che alcuni di noi conoscono fin troppo bene. Chiro coinvolge il lettore, lo prende per mano e lo conduce in quegli anni ’90 con il virus, la droga, lo stigma. Stigma che esiste anche oggi, purtroppo. I romanzi autopubblicati vengono recensiti molto raramente, ci sono accordi tra gli editori e i giornali per evitare di dare risalto agli autori indipendenti.

Ci sono parecchie recensioni su Amazon, la maggior parte positive. Molti lettori sono colpiti dal fatto che è una storia vera, il racconto di una vita vissuta oltre i limiti. Nessuna finzione, ma la narrazione drammatica, emozionante e coinvolgente che per alcuni è difficile anche immaginare. Però tanti lettori hanno sottolineato il lieto fine, senza fare spoiler possiamo dire che Chiro è riuscita a cambiare vita e questo può essere d’aiuto a chi ancora vive soggiogato da dipendenze. E poi c’è l’HIV, anche in questo caso il suo è un messaggio molto positivo: grazie alle terapie lei vive serena.

Se penso a ciò ho visto negli anni, dai documentari ai film o spettacoli teatrali come Angels in America, le narrazioni LGBT su HIV e AIDS sono sempre al maschile. Come mai si parla poco di HIV e universo femminile?

È difficile rispondere a questa domanda, credo che le donne siano meno inclini a raccontare il loro incontro con l’HIV. Spesso sono brutte storie che lasciano l’amaro in bocca, per questo dobbiamo essere grati a Chiro che ha avuto il coraggio di mettersi in gioco.

Quando con Rosaria Iardino e Vittoria D’Avanzo andavo nei locali lesbo per parlare di HIV/AIDS l’accoglienza era pessima, le donne ci chiedevano di andarcene, sostenendo che non era un loro problema. E sbagliavano, perché anche le lesbiche sono morte di AIDS e convivono con l’HIV.

Allo stesso modo oggi non riusciamo a entrare nei locali etero per somministrare i test HIV e sifilide, i proprietari sostengono che è una cattiva pubblicità. E sbagliano perché quando facciamo i test in strada vengono molte persone etero. Le persone sono poco propense ad andare nelle strutture codificate, ma quando vedono i nostri gazebo sono contenti di sottoporsi al test.